Poesie nel cassetto. Edizione 2008.

Musicaos.it riprende le sue pubblicazioni dopo la pausa estiva. Approfittiamo di ciò per segnalare  con piacere un’iniziativa, “Poesie nel cassetto”, che negli ultimi anni sta riscontrando una buona crescita dal punto di vista dell’organizzazione e della qualità dei lavori, la cui selezione è affidata a una giuria di esperti presieduta dal poeta e insegnante Ivan Fedeli. Potete scaricare il bando completo in formato PDF cliccando sull’immagine.

la vostra scrittura è preziosa

Musicaos.it va al mare. Chiunque volesse scriverci o inviare materiale inedito o altro da sottoporre alla lettura lo può fare da qui.

La poesia in bicicletta: sette tappe con incontri e reading da Messina a Ragusa

Enrico Pietrangeli
Sicilia Poetry Bike - 2008
(dal 2 al 9 agosto)

Decidere di prendere una bicicletta ed iniziare a pedalare verso una meta lontana non è qualcosa che può scaturire soltanto per gioco, conversando tra amici, bensì è quanto può nascere soltanto da una profonda motivazione interiore e dall’incontro con la persona giusta. Nel mio caso era un’idea di quelle che ti ronzano attorno da sempre e poi messa a fuoco tramite un libro letto di recente, opera di gente comune come l’impresa di Massimo Gugnoni e il suo collega, che li ha visti arrivare da Rimini ai Carpazi in Mountain Bike. Ma, inevitabilmente, un’iniziativa del genere non può prescindere, nel nostro caso, dalla poesia, epica e un po’ incosciente ma che consenta ancora di cogliere suggestioni insieme a segni e premonizioni. La Sicilia, con la sua scuola siciliana, Ferderico II e la componente provenzale dei trovatori ci hanno ricondotto al binomio “poesia e viaggio”, in quegli stessi luoghi che hanno visto tanto la genesi della poesia italiana quanto la sua antica vocazione itinerante. Il viaggio, nella fattispecie, qui reincarna una dimensione tradizionale, prossima alle terre attraversate e alla gente incontrata. La poesia, nondimeno, lascia intravedere anche briciole di futurismo, a partire dall’azione intrapresa. Diversi autori hanno lasciato traccia della magia della bicicletta attraverso i loro scritti, ma non è nostra intenzione fare un viaggio attraverso una possibile letteratura ciclistica. Il nostro è un viaggio fatto per mezzo della bicicletta, intesa come alternativa meccanica al cavallo con il ricorso alla sola energia umana. Il tardo e intrepido scapigliato Olindo Guerrini forgiò un interessante neologismo: ciclofobi. Ai tempi del poeta, probabilmente, altro non erano che dei conservatori, quanti prediligevano ancora cavalli e carrozze; oggi potremmo definire altrettanto conservatori quanti intendono restare ancorati nelle logiche del solo petrolio per ogni spostamento. Nell’estate del barile in ascesa libera, insieme a questa impresa, risuona un poetico presagio di cambiamento sempre più necessario e dal volto umano per noi tutti, eco di piazze e di città nel lontano ‘73, memoria di un’austerity ancora capace di generare poesia nonostante le incombenti guerre e le minacce economiche. Questo è un viaggio lento, d’altri tempi, intrapreso con la consapevolezza di riconsiderare dimensioni e portata degli spostamenti per una crescita umana ed interiore. La bicicletta è un mezzo con cui misurarsi e degustare un viaggio ben più profondo e allegorico, quello della vita e di tutte le sue inevitabili tappe, momenti dove corpo e macchina sono un tutt’uno divenendo in grado di raggiungere ciò che normalmente riteniamo impossibile. Infine va ricordato che questa impresa, nel suo piccolo, ha contribuito a ridestare interesse ed interazione tra sport ed arte, microimprenditoria e poesia, elementi troppo spesso inutilmente dissociati. Non a caso a Matteo Moraci, poeta e sportivo di recente scomparso che aveva aderito alla manifestazione, viene dedicata la tappa di Messina quale opportuno esempio per noi tutti.

Hai sentito il battito?

Giovanni Padrenostro
Hai sentito il battito?

L’illuminazione della toilette è tenue, ombre ritagliano ampi spazi sulle pareti scalcinate, allungando e distorcendo come candele confuse i loro confini, aprendosi come soffice venatura verso invisibili punti; ho l’impressione di aver strappato gli incubi al mio sonno inquieto.
Il mio viso, abilmente imitato dalla trasparenza dello specchio, è frastagliato da spezzature vitree che restituiscono frammenti, parti separate: un occhio indagatore, un labbro ridotto a sottile linea rosea, una ciglia spezzata.
In mente mi ritornano come echi in corridoi di memoria alcune frasi: Ma chi sei veramente? Sei per caso quel ragazzo bastardo? Oppure quell’altro chiuso e taciturno? O quell’altro ancora estroverso e per i fatti suoi? O no? Sei quel magnifico ragazzo così dolce e sensibile come un grande artista dai mille pensieri?… perché non ti metti alla luce…
Qui c’è poca luce e il mio viso è una scheggia impazzita.
Prendo dalla tasca destra della giacca nera una piccola foto, e mi appaiono i suoi occhi neri e tristi, profondi spazi di solitudine, i capelli corvini, il viso fino e appuntito come una lama che trafigge ma non uccide.
A volte ci sforziamo in vicoli ciechi sbattendo ripetutamente la testa, sperando in una ricompensa che tarda e molto probabilmente non arriverà mai.
Ovunque sei, che tu sia felice.
Il rum che ho bevuto circola nelle vene, ho bisogno di camminare.
Esco dalla toilette e mi avvicino al bancone; chiedo un rum e pera al barista, un tunisino dallo sguardo inespressivo, lo bevo ed esco.
Accendo una sigaretta e alzo lo sguardo verso il cielo, tempestato di grigio, che questa sera accompagna i miei folti pensieri.
Abbasso lo sguardo e appare il mio angelo.
“Dove eri finito?”
“Problemi!” e faccio un segno circolare in testa con un dito.
“Ho finito le sigarette. Vado a comprarle. Vieni con me?”
“Sì!”
Abbandoniamo il brusio che irrimediabilmente inizia ad accumularsi davanti al locale.
Camminiamo con passi lenti e asimmetrici, altalenanti come barche attraccate ad un molo, avvolti dai colori della notte.
Osservo il suo viso dalle mie iridi nere e cupe: i lunghi capelli biondi e lisci, le grandi labbra, gli occhi fulgidi, un piccolo anello che decora il naso, una leggera cicatrice risale dalla parte destra del collo, una cicatrice di cui lei si vergogna un po’ ma che io vorrei baciarle qui, in questo momento mentre mi racconta schegge della sua vita.
All’improvviso piccole ed impercettibili gocce cadono sui nostri vestiti, alcune me le sento addosso come una benedizione, le sento scivolare lentamente tra le trame dei miei capelli.
La mia auto è ad un passo ma mi fermo immobile ad accogliere le lacrime pure del cielo.
“Entriamo in macchina…” mi dice.
Le stille che hanno per un attimo condotto la loro esistenza sulle sponde dei miei contorni, adesso spengono la loro breve e intensa vita sui finestrini della mia auto tratteggiando vaghe linee trasparenti.
“Sembra…come se non volesse smettere…mai…”
“Ti fa paura?”
“Sono qui con te…”
“Potremo far smettere…”
“In che modo?” sorride
I suoi occhi mi fissano a lungo in un profondo eco di luce e fulgore, di fuochi e rose.
“sai… io… noi potremo fare in modo che finisca… a volte…”
Le prendo dolcemente il viso con le mani e la bacio, a lungo.
Il battito della pioggia scema lentamente fino a spegnersi del tutto, volgo lo sguardo sullo specchietto dell’auto e ritrovo la mia immagine.
Accendo la radio, lei si toglie la maglia rossa, ci baciamo; le sfilo il reggiseno, avvicino le mie labbra ai suoi seni rosei e sento il battito del suo cuore, mentre i Modena City Rambles cantano:  “…in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti, mi hai preso per mano portandomi via…”.
La sua mano sopra la mia mentre cambio marcia al motore. I nostri occhi sono lucenti e pieni di speranza. L’odore del suo sesso è impreso sull’atmosfera che si infrange sui vetri e il sapore di pioggia umida che filtra dalle sottili aperture dei finestrini si impregna del suo profumo. Poi, il rumore ruvido dello stridere di copertoni usurati dall’asfalto e il suono metallico di velocità in frantumi spazzano via ogni sapore. Un urlo tagliente come il soffio di una fiamma ossidrica che fora il cuore apre la notte.
Luci confuse e frammentate si mescolano in un tripudio di caos. Ho in bocca il sapore amaro della morte. I suoi occhi sono nascosti. Sono incastrato tra pezzi di alluminio e plastica e sento sparsi sul ventre il peso leggero di resti di vetri spezzati. Allungo la mano verso la mia destra. Solo plastica lacerata. Alcune ombre mi circondano. Sollevo la mano verso la testa, sto perdendo molto sangue. Cerco di uscire ma le gambe non rispondono.
Fuori ci sono lamiere cosparse di colori caldi che graffiano il cemento. L’asfalto è una lava incendiaria di rottami e sangue. Spingo con forza lo sportello dell’abitacolo. Cado per terra. Le ombre si avvicinano. Sento guaire delle sirene. Un brusio impercettibile di voci. Striscio come un lombrico per terra. Cerco di trovare le forze per alzarmi. Qualcuno o qualcosa cerca di fermarmi. Le sirene guaiscono più intensamente. Desisto, sono debole. Cerco i suoi occhi in quella confusione di suoni e ombre ma vedo solo tante scarpe che si muovono lentamente, indecise, sull’asfalto freddo e nero. Figure geometriche in ribellione. Sangue e materia. Le luci dell’autoambulanza illuminano e accecano i miei occhi. Mi sforzo di vedere oltre quella immensa prateria di cuoio e pelle. La pioggia inizia a cadere lentamente. Alcuni uomini con delle barelle escono dall’autoambulanza. La folla si apre, gli uomini vengono avanti. Cerco i suoi occhi e trovo il suo corpo sopra il cofano dell’auto che ci ha tamponato. Mi dà le spalle. Mi ha abbandonato. Il sapore della morte si fa più amaro. Le lacrime di sale scendono toccando il cemento ruvido.
Un medico scuote la testa. Altri uomini cercano di mettermi sulla barella. Non lo sentite questo odore acre. Non ha battito, il suo respiro è nell’aria che ci circonda. Smettetela! Non respirate, non la consumate. La sua anima sta fluttuando tra le fitte luci bluastre della morte. La mettono sulla barella come una cosa, un oggetto guasto e la coprano con un lenzuolo bianco. Adesso cercano di portami via. Il sapore si fa più intenso, sorrido. Presto, i nostri occhi si rifletteranno. Ancora e per sempre, io sentirò il tuo battito.

La magia della “Terra Bianca”

Angela Plati
La magia della “Terra Bianca”

Le leggende della valle di Vitalba raccontano che Federico I Barbarossa, in vecchiaia, si ritirò nel castello di Lagopesole. Leggende e storicità lo indicano afflitto da una deformità congenita ilare: orecchie allungate e puntute. Un imperatore, non poteva essere soggetto al ludibrio dei sudditi, le persone da temere devono essere perfette, per la qual ragione era un problema anche la semplice rasatura. La capigliatura doveva sempre rimanere fluente affinché coprisse la deformità. Non potendo contare sul  silenzio dei barbieri, questi venivano puntualmente eliminati, compiuta la loro opera. Se ne salvò uno, giovane e scaltro. Preservò la vita e, a modo suo, il segreto. Il semplice termine “segreto” induce alla divulgazione. È destino di questo vocabolo. Ci si sente sempre onorati di venirli a sapere e la clausula di doverlo custodire porta a tenerlo sulla punta della lingua. Essere, poi, a conoscenza di quelli di persone ricattabili investe d’autorità. Il giovane barbiere, scampato all’agguato, non resistette alla necessità di sfogarsi: scavata una profonda buca nelle campagne di Lagopesole vi gridò dentro, con tutta la forza che aveva in corpo, il segreto dell’imperatore. E il segreto non morì in quella buca. Vi crebbero delle canne che, agitate dal vento, diffusero la notizia ai quattro angoli della terra come una canzone: “Federico Barbarossa tène l’orecchie all’asinà a a a a …”! I ritornelli  lucani hanno continuato ad evocare la leggenda nei canti popolari. Potrebbe, tuttavia, non essere affatto una leggenda. La mensola in forma di testa maschile scolpita sul donjon del castello sopra il suo ingresso è una testa coronata, con due grandi orecchie a punta in bella vista, in cui la tradizione riconosce ancora una volta il nonno di Federico II.
Una luce intensa appare e scompare in prossimità del Castello nelle notti di luna piena. Il suo chiarore si diffonde per tutta la campagna accompagnato da lamenti e singhiozzi disperati. Si tramanda che questa luce sia di Elena degli Angeli, sposa felice di Manfredi di Svevia, in cerca del marito, dei figli e della loro felice esistenza, ad un certo momento troncata. Nelle stesse notti, negli angoli della campagna non raggiunti da essa e dalla luce lunare, si aggira lo stesso Manfredi, all’oscuro della presenza della moglie. Infelice quanto lei, vaga avvolto in un mantello verde su di uno splendido cavallo bianco. Si cercano vanamente, nel tentativo di ricongiungersi e ritrovare la felicità nello stesso posto che li ha visti vivere amorosamente. Un desiderio dannatamente impossibile.
Leggende e storicità del Castello Rosso.
La Basilicata ha tanti segreti da svelare. Storie irrisolte che la fanno definire dall’antropologo Ernesto De Martino “magica terra lucana”. Di recente, uno spontaneo passaparola ha scatenato la ricerca del “Santo Graal” nelle Basiliche Lucane, meta dei ritiri spirituali dei Templari. Secondo la maggior parte delle fonti storiche, il “Santo Graal” è il calice di Gesù dell’ultima cena anche usato per raccogliere il suo sangue dopo la Crocifissione, custodito dai Cavalieri Templari e mai ritrovato. “Il Codice Da Vinci”, discusso successo editoriale di Dan Brown, ha riportato l’argomento all’attualità.  Per quanto contestato, il suo libro ha acceso i riflettori su un’incognita, dando la possibilità agli appassionati di trovarvi una risoluzione. La bellezza dei libri è proprio quella di incuriosire le menti, nutrirle, sfamarle. Soddisfarle.
Cattedrali fra Dolomiti in un comune svettare verso il Cielo. Kilometri  di silenzio. Un silenzio fatto per preghiere raccolte. In una terra povera da sempre non ci si risparmia in devozione, perché tutto ciò che si riesce a produrre, da tanta caparbia aridità, è miracolo e lode al Signore. Solo la Lucania poteva ricevere segreti e conservarli. In silenzio.
Terra che ha visto il passaggio di martiri.
Innocenti e fedeli sino alla morte ad una Chiesa che, in principio, non ebbe la forza di proteggerli dall’inquisizione di Filippo IV il Bello e poi si asservì allo stesso, i Templari non si piegarono d’avanti a torture o roghi, nonostante potessero comprarsi la libertà. Fino alla fine martiri della Verità, cristiani migliori del Papà Clemente V e dei suoi cardinali. Non confessarono mai la loro ereticità, né mai sono rinvenute prove. Il desiderio di libertà è più forte di ogni abnegazione. È una naturale propensione. Rinunciarvi sino al sacrificio della vita, per non tradire il voto di ubbidienza, è, per molti, al di sopra di ogni umana comprensione. Nonostante ciò, nessun Templare venne meno alla regola.
Ritengo Papa Clemente V un’icona delle contraddizioni medievali. Pontefice, nonostante che per carattere, per condizioni di salute e per sfacciati interessi personali, non fosse all’altezza della carica papale, tanto meno in un periodo di profondo fervore religioso.  Accusato dalla storia di simonia, è noto per aver inaugurato il periodo della cattività avignonese.  È lo stesso che Dante collocò nel IX girone infernale. Bertrand de Got, diventato Pontefice senza neanche essere cardinale, iniziò il suo papato sotto cattivi auspici. Durante il corteo per la  sua incoronazione a Lione, morirono 12 uomini per la caduta di un muro che colpì lui stesso.  Carlo di Valois, fratello del re, gli riconsegnò la tiara rotolata nella polvere. Sia lui che Filippo IV ebbero, poi, una morte orribile.
I Templari sono gli unici ai quali non è stato rivisto il processo d’inquisizione nonostante i ritrovamenti di numerose testimonianze a loro favore, da  ricerche laiche.  Giovanna D’arco, già dopo 40 anni dal suo rogo, fu canonizzata  Santa. È stato, tra gli altri, rivisto il processo di Galileo Galilei. Al contrario, i Templari, che non sguainarono la spada come Calvino, gli albigesi e gli ugonotti, cruentamente dissenzienti e tuttavia supplicati di perdono da Papa Paolo VI, e che rimasero sino in fondo servitori della Chiesa, non sono ancora per Essa argomento di dibattito. Il loro ordine non è mai più stato reinstaurato, al contrario di quello dei gesuiti ripristinato con un decreto di Pio VII che abrogò quello di Clemente XIV.
L’ordine dei Templari, in realtà, non aveva avuto amici neanche nel periodo del loro massimo fulgore. Gli altri due ordini, i Cavalieri Teutonici e i Gerosolimitani, assistettero in silenzio al loro sterminio, nonostante il loro intervento potesse essere determinante. Dissidi politici ed economici, specialmente in Terra Santa. I Gerosolimitani si mostrarono, comunque, i più cavallereschi. A Chinon, in prigione, contattarono il gran maestro dei Templari, Molay, per offrire il loro sostegno. Molay rifiutò, considerando già tutto perduto. I Gerosolimitani  si ritirarono in nome della prudenza. Se si fossero schierati troppo apertamente dalla parte degli sventurati Templari, sarebbero stati sospettati di difendere, in fondo, se stessi. La Chiesa è da sempre accusata d’interessi economici ed è palese come questa motivazione  sia stata motivo di divisione al suo interno. I Templari, divenuti ricchissimi, persero tutti i loro averi per la cupidigia di Filippo IV, senza alcun intervento a loro favore da parte di chi, apparentemente svolgeva il loro stesso servigio, in realtà mirava ugualmente a conquiste del tutto temporali.
Ad accoglierci nella terra bianca, però, non sono stati i Templari, dissolti nella loro storia, ma proprio le Dolomiti Lucane. Dalla superstrada che percorre la valle del Basento, ripide e tortuose strade conducono a Castelmezzano e Pietrapertosa, i due paesi sorvegliati dai torrioni rocciosi del parco Gallipoli - Cognato. È elemento distintivo dei paesi lucani sorgere sui pendii.

…una catena di guglie di rocce arenarie,
profondamente incisa nella gola scavata
dal rio Caperino, svetta irta ed aspra
nella valle sinuosa del Basento tra
Albano e Campomaggiore.
La natura è un tempio dove pilastri vivi
mormorano a tratti indistinte parole;
l’uomo passa tra le foreste di simboli che
l’osservano con sguardi famigliari.

Charles Baudelaire

Bellissime, aspre, selvagge. Spoglie e suggestive. Segrete, nella loro apparente nudità ricche di flora e fauna scomparsa altrove.
La cucina lucana ha sapori estremamente decisi come l’asprezza della sua terra inondata di sole. Il maiale ne è il protagonista indiscusso. In genere magrissimo, produce un prosciutto di consistenza asciutta e nervosa che i lucani amano insaporire in modo piccante. Ce ne parlavano già gli storici Varrone e Cicerone, ma anche Apicio e Marziale, della “luganega”  aromatizzata con pepe nero e peperone rosso dal gusto aggressivo che si mangia fresca, arrostita o fritta, oppure la si fa seccare e affumicare, o ancora la si mette sott’olio. Le  soppressate e i capocolli hanno un gusto introvabile, mentre la “pezzenta”, il salame dei poveri fatto dagli scarti della macellazione minutamente tritati, aromatizzato con dosi generose di aglio e pepe, è la specialità culinaria che caratterizza la regione. Mi darà ragione chi ha assaporato questi salumi accompagnati con l’Aglianico del Vulture, l’intenso vino rosso locale. È particolarissimo. Rosso, se invecchiato con riflessi arancioni. Di sapore fresco e armonico, in sintonia col suo profumo delicato. La loro prelibatezza è ulteriormente esaltata se accompagnati col pane di Matera, unico per la sua fragranza. Anche questo si contraddistingue per l’introvabilità in altre zone. È di sola semola, in forme di grandi dimensioni, capace di mantenere intatto il suo sapore anche per alcuni giorni.
La cucina lucana è un’accogliente tavola umile e infuocata.  L’assoluto, indiscusso, protagonista è il peperoncino, nelle accezioni dialettali diavulicchiu, frangisello, pupon o cerasella. Iniziato ad adoperare, il suo sapore forte e deciso fa sembrare sciapiti tutti i piatti che non lo contengono.  Miscelare sapientemente le spezie per esaltare i piatti più poveri è nato come una necessità ed è diventato gusto. Fra tutte, il peperoncino, anche quello fritto nell’olio, è l’ingrediente immancabile nel “pranzo del contadino” che per natura o per usanza era tenuto ad essere “bue di giorno e toro di notte”.  Gli si affidava anche la cura della malaria. Il peperoncino, senza alcun dubbio, è l’incontestato spirito di Lucania.
L’unicità della calda cucina lucana, basata sulla sapiente unione di cibi semplici e genuini, ha come specificità l’uso del rafano, il tartufo dei poveri, e dei lampascioni, una cipolletta selvatica. Usato è l’olio d’oliva, mentre quasi sconosciuto è il burro.
Termino con un’ultima citazione, culturale e culinaria, per onorare la Lucania: Orazio nella VI satira parla della “zuppa lucana” di ceci e porri.
La regione Lucania è, alla fin fine, una fucina di sorprese, coglibili da chi non si ferma alle scarne apparenze.

“Il finimento del Paese” di Ermes Dorigo

“Bello, intenso, con splendidi passaggi e paesaggi, duro e anche scorbutico, ma è quello che ci vuole”, così Claudio Magris definisce sinteticamente Il finimento del Paese di Ermes Dorigo (edizioni Kappa Vu, Udine, prezzo di copertina 15 euro), che è accompagnato anche da due scritti di Mario Rigoni Stern e Marosia Castaldi.

La narrazione de Il finimento del paese di Ermes Dorigo si apre come una carnica “Conversazione in Sicilia”. Il protagonista, Italico Deodati, nelle cui sembianze si è tentati di vedere un alter ego dell’autore, torna al paese natale, dove gira per le strade e fa incontri e intavola discussioni. Senonché ben presto la conversazione si sposta in interiore hominis, secondo una tipologia del romanzo contemporaneo che parte dal dostojesvkiano Romanzo del sottosuolo e, in Italia, da Uno, nessuno e centomila di Pirandello.

Un romanzo che narra anche il farsi della narrazione, coinvolgendo il lettore, come un investigatore, a seguire le varie tracce e a tirare i fili di un raccontare apparentemente frammentario, anche per il plurilinguismo, pluristilismo e commistione dei generi che lo connota, in realtà sostenuto da un solido impianto costruttivo. Più che un protagonista, Italico Deodati, abbiamo un personaggio centrale, in bilico tra essere e non essere, che ritorna nella sua terra, la Carnia, che ha la stessa precaria identità; ormai homeless, alloggia in una stanza d’albergo, dal nome metaforico, Roma, che permette sia di ripercorrere criticamente la cultura locale sia di metaforizzare la condizione dell’Italia contemporanea, rivisitata, anche in forme paradossali, nella sua contraddittoria storia novecentesca.

Con l’aiuto di Camunio, Mindonio e Memo, personificazioni dell’istinto, della ragione e della memoria, Italico riscopre la sessualità - sereno e trasparente erotismo di un caleidoscopio di figure femminili, alcune, indimenticabili, come Arlette. Una serie di repentini movimenti psicologici e culturali, che trasportano il lettore a Budapest, Zurigo, Trieste, Bosnia, inserendo il problema dell’identità nazionale italiana in un contesto internazionale, attraversando Urbino, il simbolo della bellezza e del civismo passato, creando una forte frizione tra antica bellezza civile e l’odierno degrado del Paese. Un romanzo local-globale, in cui il tema dell’identità individuale e collettiva viene affrontato con forte impegno etico-civile, problematicamente e senza indulgenze folkloriche e localistiche, anzi, con una scrittura, che sorprende continuamente il lettore con repentini cambiamenti e impasti diversi di registri, di ritmi e di generi. Un romanzo tragicomico, intenso e beffardo, disperato e sarcastico, enigmatico e ingenuo come la vita. Un romanzo che incuriosisce il lettore fin dall’inizio, in quanto si apre con una Prefazione del Ghost-writer, per cui ci si pone la domanda: ma il romanzo chi l’ha scritto: Dorigo, Italico o il Ghost? Oppure tutti e tre insieme? Chi è il Ghost? L’ispirazione, una forza superiore, che utilizza lo scrittore per i suoi fini? Il lettore partecipa, quindi, sollecitato nella sua intelligenza critica, anche ad un romanzo parallelo: la favola magica e tragica della creazione letteraria, che alla fin fine rappresenta il farsi e disfarsi degli interrogativi esistenziali, che si pongono tutti gli uomini e che lo scrittore racconta nelle sue forme e dal suo punto di vista.

Un triplice ‘finimento’, dunque: come fine, termine di un’idealità d’Italia; come briglie, guida, reggimento politico; come ornamento, ricchezza artistica e spirituale, sempre presenti come contraltare del degrado e della massificazione attuale: il Bello non come mero evento estetico, ma come fattore di incivilimento e cultura, la qualità della polis, la nostalgia della quale è simboleggiata dalla presenza costante della/e piazza/e, oggi vuota/e, un tempo luogo di incontro, di scambio comunicativo, di civile costruttivo confronto.

Elisa Davoglio legge Claudia Ruggeri.

Riceviamo e segnaliamo grazie a Bianca Madeccia questa clip, nella quale la poetessa Elisa Davoglio (autrice dell’esordio poetico “Olio burning” per Giulio Perrone Editore) legge versi di Claudia Ruggeri. Della stessa autrice, su Musicaos.it (Anno 1, Numero 5, Maggio 2004), potete leggere il testo de “Il Matto” e vederne la sua prima edizione su rivista.

Il Talismano (Stephen King). Mathieu Ratthe.

Il Talismano” Demo Scene, è basato su una storia scritta da Stephen King e Peter Straub. Il mio obiettivo principale nel creare quest’opera è quello di dimostrare le mia capacità come regista ai produttori che detengono i diritti della storia: STEVEN SPIELBERG. La scena è stata girata in due giorni.”

Mathieu Ratthe
della Matt Ratt Productions

Al presente non si comanda

Daniela Rindi
Al presente non si comanda

Tu mi piaci, io ti piaccio, forse mi ami, forse ti amo. Si, ci amiamo. Vado a comprarti un anello così ci fidanziamo. Ci sentiamo meravigliosamente innamorati. Passano un paio d’anni e ti porto un altro anello, più costoso e ci sposiamo. Facciamo subito un figlio, bello, intelligente e, perché no, già ricco.

Il figlio ci riempie di soddisfazioni: è il primo della classe, suona due strumenti e vince sempre un sacco di medaglie nello sport. A che serve un figlio se non a questo? Ne siamo proprio orgogliosi, mica ce ne vergogniamo. Allora meglio due, così facciamo scopa, oltre che a scopare.

Questa volta è una femmina, perché la coppia mista ci vuole, è più completa. Formiamo un’ incantevole famiglia felice. Anche lei è bella, intelligente, un po’ meno ricca, perché una parte se l’è già presa il fratello. Il maschio ci costa un po’ di più, ma io lavoro sodo per non far mancare nulla a nessuno. Anche lei da tante soddisfazioni, altrimenti che gusto c’è.

Compriamo anche un cane, quello della pubblicità che insegue i rotoli di carta igienica, è simpatico, è bello e poi ce l’hanno tutti.

I figli crescono, si sposano, fanno figli a loro volta e noi diventiamo nonni, oltre che vecchi. Ci divertiamo ad andare ai giardinetti con loro, da soli è un po’ noioso. Giochiamo ai bravi nonni e così abbiamo un tornaconto: non veniamo sbattuti all’ospizio.

C’è tanta considerazione così e a noi ci piace. Poi uno dei due muore, forse io, forse tu, magari assieme. Se muori prima tu, io non mi consolo e deperisco ogni giorno di più, fino a raggiungerti in breve nella fossa.

Se muoio prima io, tu deperisci lentamente fino a raggiungermi nella tomba di famiglia. Chi prima, chi dopo che importa, finiamo insieme comunque. Se però ci spegniamo all’unisono è meglio, nessuno dei due deperisce o soffre.

Veniamo seppelliti insieme, meglio cremati. Lasciamo tutti i risparmi di una vita, anzi due, ai figli. Si spendono tutto fino all’ultimo centesimo e poi ricominciano da capo, loro.

Noi non abbiamo più problemi, abbiamo tutta l’eternità davanti… se esiste, altrimenti finisce tutto così e buonanotte.

Richard Lange & Mogwai

Alessandro Milanese
Richard Lange & Mogwai

Chiariamo subito una cosa.
Richard Lange e i Mogwai non centrano un cazzo l’un con l’altro.
E’ una casualità.
Una stupida concidenza.
Lange è uno scrittore americano, classe 61.
Il suo Come morti è una raccolta di racconti brevi, fulminanti, uscita per Einaudi stile libero.
La copertina e le note della Sebold mi hanno incuriosito e ho donato i miei 16 euro alla graziosa e gentile, non che sorella minore di un mio amico, commessa della mia libreria amica.
I suoi “io” non hanno quasi mai un nome, quasi mai un età, sono lasciati liberi di rovinarsi e rovinare la vita, o quello che è rimasto, degli altri.
Sono maschi che vivono arrampicati sul valico che divide il successo dalla rovina.
Luoghi ai margini, da cui si vede la scintillante scritta di Hollywood ma non si tocca mai con mano.
Bar ricettacoli di reietti e storie di ordinario disordine.
Storie spezzate e riattaccate con mezzi di fortuna, piccole crepe a cui basterebbe un pelo di stucco che tarda ad arrivare.
Piccoli lieti fine non definitivi, sottili come un foglio di carta che si può piegar al vento da un momento all’altro.
Sensazioni vere, con del sangue, non quello splatter di horror da quattro soldi ma quello pompato dai nostri cuori.
Pompare, visto anche il volume e il grado di saturazione dei loro distorsori è un verbo che ben si avvicina al gruppo scozzese Mogwai.
Era un po’ che non mi ci ri-infilavo dentro.
E’ bastato un cd masterizzato di un paio di anni fa, una raccolta di registrazioni alla bbc.
Un cd con una piccola storia.
Una persona, quello che a modo mio avrei definito un amico.
MI porta il cd, mi fa un piccolo ma gradito regalo.
Passa il tempo, cambiamo lavoro e zone.
Lo rincontro in una serata in cui il conto al ristorante si era impennato a causa di qualche bottiglia di troppo.
E’ seduto davanti a dei capelli biondi che immagino femminili.
Parlano, sembra concentrato.
Decido di rompere leggermente i coglioni e comincio un tiro mirato di piccole patatine.
Ci mette un po’ a capire da dove arriva il tiro, ma nel mentre rimane da solo senza nessuno con cui conversare.
Mi aspetto un sorriso complice e un saluto da una persona che non vedo da mesi.
Mi arriva una minaccia.
“Ma che cazzo fai?”
“Che cazzo ti tiri?”
“Cosa cazzo ne sai di quella li?”
“Hai visto l’hai fatta scappare con le tue stronzate”
Rimango sorpreso per il tono, per la sensazione che ancora una parola sbagliata e saremmo passati alle mani.
Me ne faccio una ragione, chiedo scusa giusto per allontanarmi e lasciarlo da solo al suo astio figlio chissà di cosa.
Comunque sia non ci penso più nel momento che grazie al mio fidato itunes preparo una bella compilation da 80 minuti di Mogwai da spararmi a volume adeguato mentre leggo Lange
Per i feticisti la prima canzone è la datata new path to helicon fatta live negli studi più famosi di tutto il regno unito.
Leggo un paio di racconti belli, decisi, concisi.
Poi passo oltre e ci casco dentro, del tutto.
Il racconto si chiama Ogni bellezza è lontana.
Dalla prima pagina capisco che la cosa si fa seria.
Volo le pagine.
Il protagonista è un vero perdente, non una macchietta.
Non un personaggio alla ricerca di una sua personale riuscita.
Semplicemente qualcosa di così sbagliato da essere tremendamente perfetto e reale.
Si mette con una minorenne, Lana.
Si innamora o pensa di farlo.
Sparita lei si accanisce coi suoi genitori.
Tormentandoli.
Si guadagna denunce e giretti in centrale.
Si costruisce un paranoico castello di carte, in cui alcuni vietnamiti sono assoldati da Lana a dai suoi per ucciderlo.
Vedi musi giualli ovunque e sente crescere l’inevitabile resa dei conti sotto il sole della california sbagliata, quella sua e dei suoi compari di lavoro.
Uno spaccio aperto 24 ore su 24 tra giornali caramelle.
Caramelle dolci, di quelle che ti staccano tranquillamente col passare del tempo porzioni di palato, gengiva per gengiva.
Dolci come questa Dial: revenge.
Uno dei pochi pezzi dei nostri amici di Glasgow in cui non esplode niente, in cui per una volta sono la voce e una chitarra acustica a farla da padrone.
Mentre mi congratulo con me stesso per la stesura della scaletta Lange fa tramite il suo protagonista un perfetto fermo immagine della situazione.

Non mi diceva mai che mi amava, ma non lo diceva a nessuno.
Il nostro rapporto stava diventando qualcosa di speciale.

Potevo baciarla con la lingua e toccarle le tette, e una volta me lo ha strofinato da sopra i pantaloni della tuta.

Era più giovane di me.

Una cosa al limite della legalità.

Otto anni di differenza non sono così tanti, ma se sapeste.

Non mi pare di aver mai raggiunto le sue vette di stupidità.

Si ubriacava e mi vomitava in macchina con tutto che l’avevo avvertita.

Scriveva alle rockstar e andava in depressione perché non rispondevano alle sue lettere.

I genitori stravedevano per me.

A ripensarci, mi sa che erano contenti di sbolognarla a qualcuno.

Siamo stati insieme tre mesi e ventidue giorni.

In queste righe c’è tutto, va a dire il niente.
Una piccola prefazione di un finale pirotecnico.
Essenziale e perfetto nella sua ovvietà.
Il nostro eroe ormai posseduto dalla sua paranoia che organizza un regolamento di conti in piena regola.
Da appuntamento alla sua amata, ai killer vietnamiti, e ai suoi genitori.
Troverà solo e naturalmente una piccola abitazione di suburbia piena zeppa di sbirri in assetto anti sommossa.
Lui, la sua auto, ed una pistola ad aria compressa.
E mi piace immaginare che, durante il conflitto unilaterale a fuoco, risuoni da qualche casa vicina la parte più sonica e rumorosa di Christmas steps.
Quella cavalcata elettrica che sembra non finire mai, ma che svanisce di colpo avvicinandosi al corpo del nostro eroe trivellato di colpi veri, e che lo culla ancora un po’ mentre sospira la sua amata Lana.

Dentro gli occhi.

Silvia Rosa
Dentro gli occhi

Non riuscivo neppure a guardarlo.
Ma guardarlo era ciò che più desideravo al mondo. Attraversare il sentiero del suo corpo, fermarmi all’ombra delle sue ciglia corvine, scivolare con lo sguardo acceso lungo i contorni increspati della sue labbra, che a volte si aprivano improvvise, esplodendo in una risata, come nuvole d’estate in perenne movimento. Seguire le linee precise e definite delle sue mani, ancora sconosciute, osservarne ogni dettaglio. Sostare, con l’avidità dei miei occhi affamati, nell’incavo pulsante di vita e calore del suo collo, che solo raramente si offriva alla vista, libero dal cappio floreale di qualche buffa cravatta, e dalla stretta ostinata del primo bottone della camicia, celeste grigia rosa a righe blu e rosse…Chissà che cosa si celava sotto la carezza ruvida della stoffa. Avrei tanto voluto vedere tutto di lui. E quando dico tutto, intendo proprio tutto. Non mi bastava svelare il segreto della sua pelle, imparare a memoria la geografia dei suoi nei e delle sue piccole cicatrici, conoscere l’involucro guizzante e mutevole del suo sesso. Io volevo andare oltre. Volevo guardarlo dentro. Interiormente.
Non mi fraintendere, Gentile Lettore.
L’espressione “guardare dentro” significa, certo, nell’accezione più comune, conoscere di qualcuno, che ci si presenta dinnanzi, in tutta la cruda verità del suo essere (prima di tutto?) un Corpo, anche ciò che di impalpabile racchiude in sé, i suoi moti interiori: le emozioni, i sentimenti, i pensieri. Insomma, sapere chi è davvero.
Ecco no, io non cercavo di cogliere l’essenza di quell’uomo. Io volevo vedere minuziosamente ogni particella di materia vivida e sanguigna, che componeva lo splendido e desiderabile arabesco della sua figura. Volevo schiudere, come fosse un guscio vellutato e fragile, la sua carne d’oliva, che proteggeva il regolare scorrere -sordo e ottuso- della Vita al suo interno.
Bramavo di scrutare il fluire del suo sangue denso e vischioso nel lume delle arterie e delle vene bluastre, cunicoli tesi e circolari e avviluppati intorno agli organi e dentro, dentro di loro. Guardare il movimento ritmato che scuoteva il suo cuore, seguire il labirinto delle sue viscere molli, calarmi nei suoi polmoni ed osservare i refoli d’ossigeno trasformarli in palloncini. Volevo guardare com’era il suo cervello, il colore della sua ragione, le strade in cui correva la logica delle sue parole, il rifugio dei suoi ricordi traditi.
Desideravo farlo a brani con il bisturi preciso del mio sguardo implacabile.
Amico Lettore, cerca di comprendermi. Alcune ossessioni baluginano all’orizzonte come devastanti tornado, che spazzano via quel poco che in certe aride terre riesce ad attecchire. E in me il pensiero di lui e del suo corpo di muscoli a fasci compatti, di ossa dal biancore angelico, di umori acri che sgocciolavano, stilla dopo stilla, producendo la misteriosa musica degli abissi marini, di sapori e profumi dolciastri, di cellule invisibili che io volevo passare al vaglio d’un microscopio inesistente, quell’anelito scabroso di lui, aveva allignato come gramigna nella prateria del mio ventre, senza che io me ne rendessi conto. E  quando mi accorsi che non riuscivo a guardarlo senza provare una fitta di spillo all’ombelico e poi un fremito leggero lungo le gambe, allora, fu troppo tardi per scappare. Ero presa nel vortice a spirale della più violenta delle tempeste. Non avevo via di scampo.
Accorto e Savio Lettore, tu, lo so, avrai già capito che una siffatta e insana brama di guardare, possedere completamente con l’umida conchiglia piena degli occhi, un corpo altro da sé, nella sua sincera nudità, in ogni suo caliginoso e segreto anfratto, e poi ancora più giù, più in profondità, più all’interno, altro non è che una perversione, pericolosissima, giacché inevitabilmente, ad un certo punto, quel desiderio smanioso non si soddisfa più con insipidi assaggi lattiginosi che immaginazione e fantasia cuociono lentamente, ma pretende ed esige concretezza di sangue, si affaccia alla coscienza e grida il suo bisogno di voluttà. E chiede carne viva.
Ma io ti giuro, Caro Lettore, non lo sapevo. Mai avrei pensato di ritrovarmi in quella radura devastata dal passaggio impietoso dell’ossessione per un corpo, il suo, da divorare tutto, con le mie pupille impazzite.
In principio pensavo d’essermi semplicemente invaghita di lui. -Lo desidero-, mi dicevo, -tutto qui; quando lo vedrò nudo e sentirò il suo corpo muoversi nel mio, mi dimenticherò di me stessa e dei miei grevi pensieri-, che, invece, sempre più insidiosi ed insistenti mi colavano addosso, di piombo, togliendomi il respiro.
E immaginavo come sarebbe stato sentirlo mio, spiando di sottecchi la più autentica delle espressioni, quella del godimento puro. Tutti gli innamorati vogliono guardare l’oggetto della loro passione. Non c’è nulla di strano, non è vero Saggio Lettore? Non è capitato anche a te?
Però ammetto solo adesso - tardi, purtroppo-, che di notte, nell’abbandono innocente del sonno, presero ben presto a visitarmi sogni insoliti, dai quali mi risvegliavo puntualmente madida di sudore, agitata. No, eccitata. Questa è la parola giusta, che allora non riuscivo ancora a pronunciare.
C’era il suo corpo, che si dava a me, ma io non sentivo niente. Era come se fossi evanescente. Lui era dentro di me, ma io, io non c’ero, non abitavo il mio corpo, apparentemente privo di vita. I miei occhi solamente si muovevano, rapidi. E schizzavano via, all’improvviso, rotolavano sulla sua schiena, che a contatto con essi diventava trasparente. Vedevo allora tutta la complicata architettura del suo organismo e ne rimanevo incantata, iniziando a godere di fronte allo spettacolo della sua sublime perfezione d’animale terrestre, assaporandone ogni fotogramma. Ma poi, d’un tratto, i miei occhi mi tradivano, negandomi il supremo piacere, oscurando l’immagine di quel corpo, che volevo possedere tutto e che invece mi sfuggiva alla vista, sbiadendosi e diventando tutt’uno con lo sfondo grumoso e violaceo del nulla, informe.
A questo punto il sogno diventava un incubo angosciante. I miei occhi non bastavano più a soddisfare la fame di lui. Ritornavo in me, riemergendo dal torpore in cui ero sprofondata, sentendo crescere nella pancia la furia di una rabbia incontrollabile e nelle tempie il fracasso della garrula cantilena dei miei perché. Perché non potevo vedere tutto il suo corpo? Perché non potevo possederne ogni cellula? Perché non potevo scoprirne completamente il Segreto? E ad ogni ‘perché’ seguiva un colpo violento, che sferravo con le mani nude, contro quell’uomo che desideravo da morire. Vedevo i brandelli della sua carne ovunque. Ma non coglievo più l’unicità vibrante del suo esistere, vivendo, nell’integrità estatica del suo corpo inaccessibile. E mi disperavo.
Mio Paziente Lettore, perdonami se ti tedio con queste prolisse descrizioni di macabri incubi. Ma voglio che tu conosca tutta la verità, per giudicarmi, ché non vedi l’ora di farlo, sì, confessa, tu che molto probabilmente non ti sei mai trovato in cella, dietro le sbarre asfittiche dei tuoi stessi deliri, pungolato continuamente dai tuoi pensieri insani, piegato alla schiavitù di un padrone crudele che ti tortura e da cui non puoi scappare. Perché è parte di te.
Lettore, bada bene: io non cerco la tua pietà. Vorrei che tu mi capissi un poco. Dichiarami colpevole, condannami pure, se vuoi. Ma ti prego, salvami.
Qual è il limite da non oltrepassare mai? Dov’è il confine che separa la vittima dal suo carnefice? E il burrone, il precipizio che si apre sul ciglio della strada, così ben nascosto, quasi invisibile? Qual è il punto di non ritorno, superato il quale si è perduti per sempre? Oh, certo, tu, Lettore di buon senso, sapresti rispondere a questi quesiti, vecchi come il mondo, senza alcuna esitazione. Io non ci riuscivo, invece. E infrangevo tutte le regole e i buoni propositi che mi inventavo per non cedere al richiamo di quel seducente corpo, per non cadere nella tentazione di cercarlo con gli occhi. Al tempo stesso avevo paura, non mi fidavo affatto dei miei desideri, che si ribellavano al mio controllo. Decisi di evitare quell’uomo: con tutte le mie forze io dovevo proibire a me stessa di rivederlo. Ma fu tutto inutile. Oramai quell’essere, quel corpo palpitante, era animato dalla linfa della mia ossessione, si annidava nelle mie iridi e le colorava di un intenso nero struggente, mi levava il sonno e la ragione, era al centro esatto di me, mi possedeva tutta. Era così dentro di me da confondersi in me. C’era lui, solamente lui e niente e nessun altro. Nemmeno io c’ero: l’immagine del suo corpo si nutriva di me, e quanto più diventava consistente e spessa tanto più io mi assottigliavo per lasciarle spazio, vulnerabile mi sgretolavo, consumandomi. Lentamente finii quasi col non esistere più. Mangiavo poco e male, senza assaporare nulla. Non dormivo che due o tre ore di fila per notte. Non trovavo la concentrazione necessaria a svolgere le abituali attività quotidiane. Uscivo di casa sempre più di rado. Non frequentavo nessuno. Mentivo costantemente, sulle motivazioni del mio evidente malessere; spergiuravo che si trattava solo di stanchezza.
Sull’altare di un Dio spietato, che avevo creato io stessa, ostinata seguitavo a supplicare, con le ginocchia sbucciate, nei giorni tutti uguali, sospesi ed esposti al davanzale di un’immobile attesa, pregavo che si lasciasse trovare da me, dai miei occhi, oppure che svanisse, cancellando il ricordo della sua figura e restituendomi a me stessa. Offrivo al suo corpo il sacrificio di me.
Ragionevole Lettore, non pronunciare ancora la tua sentenza: no, non ero diventata pazza. Purtroppo, ché la pazzia è un lusso, in certe situazioni. Io rimanevo lucida, consapevole, cosciente dello sfacelo a cui andavo incontro, precipitando sempre più giù in quell’abisso, sul cui margine avevo passeggiato, con la lievità infantile di chi non sa della Morte a cui è promesso.
Non ci sono scuse, né giustificazioni, né attenuanti di alcun genere quando si commette il crimine di annientare una Vita che non ci appartiene. Nemmeno se questa Vita scorre in noi stessi, protetta e inseparabile dalla scorza alchemica del nostro corpo, insensibile alle nostre reticenze, ai nostri dubbi e tormenti, occupata a perpetrarsi, proteiforme e gagliarda. Ma io non avevo altra scelta per liberarmi di quell’uomo, se non quella di violare il sacro veto di non uccidere.
Senz’altro, Scaltro Lettore, tu non saresti mai rimasto impigliato nella ragnatela di filo spinato, che l’ossessione ti tesse intorno, come un sudario funebre. E sagace come di certo sei, non ti saresti illuso che fosse in qualche modo possibile liberarsi dalla trappola immobilizzante di quel pungente ordito. Io no, sognavo la libertà, sfuggire a quel corpo che vedevo ovunque. A qualunque costo.
Quando il tempo si frantuma in pulviscoli di diafani istanti, ogni gesto assume la lentezza e la solennità della Fine. E’ come sgusciare via da sé e dal Mondo e vedersi da lontananze di stelle ultragalattiche. Così io osservavo il rigagnolo di sangue formare una piccola pozza, che si dilatava spaventosamente. Come appartenesse ad un’altra dimensione. Ad un’altra persona. Al corpo di lui, che aveva messo radici nei miei bulbi oculari, ramificandosi dentro di me. Io mi aprivo, affinché dalla feritoia dei miei polsi potessi strapparmi quel germoglio malato, che mi soffocava, come un parassita, annullandomi.
Lettore Caro, forse tu lo saprai già: morire consapevolmente è un’impresa difficile, ma non la più ardua che possa intraprendere un uomo. In effetti, accettare la condizione di condannato a(lla) Vita è assai più faticoso.
Fuori dalla finestra fioccano batuffoli di cotone idrofilo. Si depositano sui tetti, sulle automobili e sui giardini addormentati. Decorano alberi spogli. Coprono col loro candore il fango e il sudiciume stratificato delle nostre grigie strade metropolitane. Lo lavano via, trasformandosi in acqua e defluendo nelle fogne interrate.
Ma sotto lo scrigno di gelo e biancore tutto è in fermento. E’ quasi primavera. Sono a casa, finalmente. Il Dottor D. ha chiuso la mia pratica mesi fa, e la terapia volge al termine, una o due sedute ancora. Niente farmaci. Dormo che è una meraviglia. Sto bene.
Ieri che non nevicava sono uscita, indossavo il mio cappotto preferito, rosso vermiglio. E ho rivisto lui, al solito posto, dove sapevo di trovarlo. Il suo corpo m’è parso così insignificante, uguale a tanti altri. L’ho fissato a lungo. Assomigliava a qualcuno che mi sembrava di conoscere vagamente, ma di cui non ricordavo affatto il nome. Il sorriso, forse, mi era familiare.
Amico Lettore, adesso vedo bene l’ultima frontiera invalicabile, oltre la quale ci si ritrova faccia a faccia con l’Ombra del nemico, che alberga in noi.
Bisogna guardare dentro di sé. E’ qui il più esiziale degli abissi.

questo racconto è comparso anche su “Il sottoscritto“.

La leggenda di domani.

VerbaManent - Presidio del Libro
in collaborazione con il  B&B Chiesa Greca

Pensieri di gelsomino
Percorsi di letture arte e vita

Sabato 26 luglio ore 21.00

Maria Corti
Storie,
La leggenda di domani
(manni editori)

Presenta
Giuliana Coppola

Proiezione video

Occhi negli occhi memorie di viaggio
di Rossella Piccinno

Giardino del Prete
Piazzetta Chiesa Greca, 11  - Lecce

Giovedì 26 luglio alle ore 20.00, presso Il Giardino del Prete in P.zzetta Chiesa Greca, 11- a Lecce ultimo appuntamento della Rassegna: “Pensieri di Gelsomino. Percorsi di letture, arte e vita organizzato dall’associazione Verbamanent- Presìdio del Libro, in collaborazione con il B&B Chiesa Greca.
In questa serata vedremo il video di Rossella Piccinno: “Occhi negli occhi. Memorie di viaggio”; a seguire Giuliana Coppola presenterà due libri di Maria Corti: “Storie” e   l’ultimo inedito editato sempre dalla casa Editrice Manni: “La leggenda di domani”
Il video di Rossella Piccinno: “Occhi negli occhi memorie di viaggio” del 2007, della durata 08′ 20″, ha ottenuto il “Premio miglior documentario turistico, Video Festival Città di Imperia, aprile 2008. Il soggetto del video è di Rossella Piccinno che ne ha curato sia le regia che il montaggio. Il tramonto dorato del sole tra le morbide dune del Sahara è l’incipit di “Occhi negli occhi - memorie di viaggio”, un’opera intima, viscerale, in cui l’autrice si svela offrendo allo spettatore una pagina del proprio diario e invitandolo a guardare. “Occhi negli occhi” è un richiamo alla visione, un tuffo nello sguardo dell’autrice su un altro mondo, l’Africa, e anche l’incontro straordinario con gli occhi di chi da questo mondo ci guarda.
Rossella Piccino
si è laureata al DAMS di Bologna in Cinematografia Documentaria e Sperimentale con una tesi su “Nostra Signora dei Turchi” di Carmelo Bene. Successivamente si è diplomata come Tecnico di Produzioni Video e ha mosso le sue prime esperienze lavorando nei cartoni animati. Nel 2005 debutta alla regia con il cortometraggio “Interno sei” e pochi mesi dopo dirige il documentario “Mauritiana: città-biblioteche nel deserto”, realizzato in collaborazione con la Croce Rossa Italiana, presentato a Venezia durante gli “Italian Doc Screenings 2006″. Attualmente vive e lavora nel Salento, dove si dedica all’ideazione e allo sviluppo di numerosi progetti audiovisivi.

Maria Corti (1915-2002) È stata considerata la signora delle lettere italiane, sia per i suoi fondamentali studi di teoria e di storia letteraria, sia per la sua produzione narrativa, sia infine per la sua attività di critica militante.

Storie” di Maria Corti - Protagonista di queste storie è “il tempo, il suo aggrinzarsi in situazioni concrete, il suo vanire nel mito (non manca il tema della modernità, distruttrice di miti), il suo dissolversi nella ciclicità e nella saggezza che l’accoglie e la riflette. C’è, in alcuni di questi racconti, un che di epico”. (Romano Luperini)   
La leggenda di domani” di Maria Corti - Fra Otranto e Santa Maria di Leuca, Paola, sedicenne orfana milanese, fugge dal convento e chiede ospitalità al pescatore mastro Oronzo; nella sua casa, Paola cresce figlia tra i figli. Arriverà un ingegnere torinese a portarla via, per sposarla, da quella che oramai è la sua terra. Scrive Cesare Segre nella premessa: La polarità Milano-Salento, in cui la protagonista di questo racconto si muove, è una costante della vita e dell’invenzione letteraria della Corti. L’avvio è bellissimo. Sembra che l’autrice si sia innamorata del Salento e abbia cercato di ricrearlo usando le sue parole. La leggenda di domani, oltre ad essere complessivamente un bel pezzo letterario, ci porta nel pieno dell’attività narrativa della Corti, e forse ce ne scopre qualche criterio.Così la Corti continua ad essere maestra anche con questo racconto chiuso in un cassetto.

info: Ambra Biscuso- 3395607242

www.verbamanent.net

Il fiore delle terre parlanti. Astragali Teatro

Astragali Teatro

IL FIORE DELLE TERRE PARLANTI
di Fabio Tolledi

25 luglio Artemision

27 luglio Elation

(Grecia)

con Gianni De Santis, Rocco De Santis, Gaetano Fidanza, Lenia Gadaleta, Ivano Gorgoni, Iula Marzulli, Eleonice Mastria, Manuela Mastria, Antonio Palumbo,  Roberta Quarta, Fatima Sai,  Serena Stifani

info: Astragali Teatro - via G. Candido 23 (Lecce)0832306194  / 3209168440
astragali@libero.it www.astragali.org

Non mi chiedere se ho vinto se ho perso.

20 luglio 2001 - 20 luglio 2008

So ancora guardare in alto
e perdermi nel cielo
Mentre vibro assieme ad un torrente
…e penso all’acciaio che ci stringe.

Questi anni stan correndo via
Come macchine impazzite li senti arrivare
Ti volti e son già lontani
Ti chiedi cosa è successo

La rabbia di quei giorni brucia ancora dentro
Ma forse tanto veleno
Poi è tornato dentro di noi
Gli altri stanno ancora ridendo…
E noi qui a guardarci dentro

No son sempre io
Non mi cambierete quel che ho dentro
Forse un’altra faccia
Ho più cicatrici di prima
Sorrido un po’ meno
Forse penso di più

Non mi chiedere se ho vinto o se ho perso.

Kina, Questi anni
da Se ho vinto se ho perso, 1989

PERSAe da Eschilo per fabio tolledi

PERSAe

da Eschilo per fabio tolledi

XII International festival of ancient greek drama
(by International Theatre Institute of Cyprus )

18 luglio teatro antico di Paphos - Nicosia
20 luglio teatro antico di Curium - Limassol
21 luglio Makarios III Amphitheatre - Nicosia

il programma del festival su

http://www.cyprus-theatre-iti.org/festivalEn.html

26 luglio Navagio beach - Zakynthos

(Grecia)

con

Eleftherios Charellis, Christina Constantinou, Mara Constantinou, Gaetano Fidanza, Lenia Gadaleta, Vasiliki Georgiadou, Christos Georgiou,Victor Jacono, Enton Kaça, Diomedes Koufteros, Francis Leonesi, Laura Lutard, Iula Marzulli, Eleonice Mastria, Manuela Mastria, Helena Naaman, Antonio Palumbo, Roberta Quarta, Fatima Sai, Efthymios Shiafkalis, Serena Stifani, Lydia-Christina Spyratou, Camille Thomas

info: Astragali Teatro - via G. Candido 23 (Lecce) - 0832306194

astragali@libero.it www.astragali.org

La solitudine dei numeri primi

Daniela Gerundo su
“La solitudine dei numeri primi”
di Paolo Giordano

Suscita antipatia da subito l’ingombrante figura del padre di Alice, la protagonista del racconto; l’uomo cerca nella figlia il riscatto delle proprie frustrazioni, sottoponendola, ancora bambina, ad un estenuante allenamento sciistico tanto intenso quanto sgradito alla piccola che rimane vittima di un incidente di cui porterà i segni a vita.
L’oppressivo genitore mi ha fatto tornare in mente un episodio visto recentemente in televisione, di un padre, allenatore della propria figlia nuotatrice, che ha tentato di malmenarla al termine di una deludente prestazione sportiva. Il tutto davanti a migliaia di attoniti spettatori che seguivano i campionati di nuoto sul posto e in televisione.
Proseguendo nella lettura conosciamo l’altro protagonista, Mattia, vittima dell’incapacità dei genitori di coalizzarsi nell’affrontare i problemi quando piombano con tutta la loro forza devastante sulla normale quotidianità di una vita tranquillamente preordinata.
Dimentichi dell’esigenza di consentire, comunque, al bambino una sana crescita, i genitori di Mattia lo caricano di responsabilità sovradimensionate alla maturità della sua fase evolutiva, tanto da farlo rimanere schiacciato sotto il peso delle conseguenze di un errore di valutazione tipico della sua età.
La singolarità di queste esperienze pregresse renderà i due protagonisti simili ai numeri primi gemelli, finendo per creare problemi anche ai numeri naturali che hanno la malaugurata sorte di trovarsi inseriti tra di essi, rimanendo vittime delle loro inconsce, sottili perversioni.
Nell’evoluzione delle rispettive esistenze i due protagonisti devono relazionarsi, loro malgrado, con altri personaggi ben caratterizzati : Denis, l’amico omosessuale; Viola, bella e impossibile; la falange compatta e spietata delle quattro compagne; Soledad, la governante complice; i genitori, ansiogeni e ansiosi; e poi ancora Nadia, innamorata di Mattia, e Fabio che sposerà Alice .
Il bagaglio di problemi che tutti loro portano in dotazione è tipico del mondo
attuale: anoressia, bulimia, omosessualità, bullismo, solitudine. Problemi che affondano le radici nel fertile humus delle conflittualità famigliari irrisolte, dei lutti non elaborati, delle aspettative disattese.
L’incapacità di imprimere una svolta positiva al loro percorso di vita deriva dall’anaffettività di Mattia e dall’insicurezza di Alice, e dal loro imprevedibile agire, governato dai fantasmi del traumatico vissuto degli anni giovanili.
Sorprendente il finale che sembra suggerito dalla maturità esperenziale di una persona adulta e non da un giovane scrittore; costituisce il giusto approdo dei protagonisti ad una indipendenza fisica ed emotiva a cui dovrebbero tendere tutti gli esseri umani, ma che si conquista solo dopo aver percorso gli itinerari delle assurdità e delle contraddizioni di questo mondo.
Le ultime quattro parole a chiusura del racconto dissipano quel sottile velo di tristezza che ha avvolto la storia, svelando una Alice ormai affrancata dal dolore, che si appresta ad affrontare la vita con un approccio ottimista e con una piena consapevolezza di sé.
Narrato con scrittura secca, priva di sbavature, il racconto sembra risentire della formazione scientifica del giovane scrittore, laureato in fisica, che spesso coglie spunti per evidenziare il suo bagaglio culturale. Lo fa nel titolare i capitoli (Principio di Archimede, Messa a fuoco…), nel riportare le osservazioni di Mattia sempre attente al dettaglio fisico-matematico: tensione superficiale del liquido, direzione degli assi cartesiani, complicate sequenze numeriche. Viene analizzata con freddezza anche una magica aurora sul Mare del Nord, studiata nelle componenti date dalle spinte centrifughe e centripete, dalle forze sbilanciate, dalla meccanica.
Coerente e consequenziale, il racconto viaggia sui binari della razionalità senza deragliare nel becero sentimentalismo.
Tecnicamente ineccepibile nella costruzione della storia e dei personaggi che vengono sezionati con il distacco emotivo di un anatomopatologo la narrazione risente, comunque, dell’assenza di quel pathos che coinvolge il lettore impegnandolo emotivamente.
Decisamente apprezzabile che l’autore abbia ignorato l’inflazionata consuetudine giovanilistica di far ricorso a testi o titoli di canzoni per esprimere sensazioni o sentimenti. Si nota, però, qualche ” Uaooo…” di troppo; giusto per ricordarci che a scrivere è un giovane di 26 anni, laureato in fisica, con dottorato di ricerca, al suo primo romanzo.

Maurizio De Giovanni. A Lecce il 18 Luglio

Venerdì 18 Luglio - Ore 20.00
IL GIARDINO DEL PRETE, Piazzetta Chiesa Greca , 11
Lecce

LIBRERIA PALMIERI
Presenta



MAURIZIO DE GIOVANNI

autore per Fandango Editore di

“IL SENSO DEL DOLORE, l’inverno del commissario Ricciardi” & “LA CONDANNA DEL SANGUE, la primavera del commissario Ricciardi”

introducono
AVV.  FABIO CHIARELLI
ANNA PALMIERI

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005, con il racconto ‘I vivi e i morti’, protagonista il commissario Ricciardi, vince il premio nazionale Tiro Rapido per giallisti esordienti. Il senso del dolore è il suo primo romanzo, pubblicato nel 2006 con il titolo Le lacrime del pagliaccio, ora rivisto e aggiornato per Fandango Libri, di prossima pubblicazione in Francia e in Germania, dà inizio alle stagioni del commissario Ricciardi. Dopo La condanna del sangue sono previsti altri due titoli.

In una intervista con Renzo Montagnoli De Giovanni dice: “Ho cominciato a scrivere molto tardi, tre anni fa alla non tenera età di 47; ho sempre avuto un immenso rispetto per la scrittura, da lettore bulimico e onnivoro quale sono, e quindi pensavo di non essere all’altezza di creare mondi, sogni o emozioni per gli altri. Detto tra noi, la penso ancora così.Avendo un pomeriggio libero, in quella fase calante di carriera e attenzione familiare che i miei coetanei conoscono così bene, pensai di frequentare un laboratorio di lettura di testi umoristici (quanto di più lontano da Ricciardi si possa immaginare). I miei mentori mi iscrissero al concorso “Tiro rapido” della Porsche, una sorta di tortura che implicava la chiusura degli aspiranti esordienti in un caffè storico (a Napoli il Gambrinus, splendido locale liberty del centro) per 911 minuti, che sono 15 ore e 11 minuti, non la stessa cosa, detta così. I partecipanti, bravi e consapevoli, scrivevano a tutta birra per qualificarsi alla finale di Firenze, al Giubbe Rosse. Disperato per la mancanza di idee e per l’incombente brutta figura che avrei fatto alla mia veneranda età, guardai fuori la vetrata che dà sulla piazza e vidi transitare una bambina, con una bambola in braccio. L’espressione seria della bimba, l’ambiente d’epoca in cui mi trovavo, la voglia di andarmene a casa: tutti ottimi ingredienti per il primo racconto di Ricciardi.Vinsi la gara, e a Firenze la giuria (Lucarelli, Evangelisti, Carofiglio e il presidente Protti, direttore dell’Europeo) mi chiese un altro racconto con lo stesso protagonista. Vinsi anche là. Il racconto vincitore fu pubblicato sul giornale e attirò l’attenzione prima di un’agente letteraria e poi, in seguito a altre strane vie che una di queste volte se soffri d’insonnia ti racconterò, della Fandango di Domenico Procacci e di Rosaria Carpinelli, un vero genio. Ce l’avevo, un romanzo con quel protagonista? Certo, che ce l’avevo. Tu che avresti risposto? Presi le ferie, ed ecco il romanzo. Quindi, caro Renzo, mi capisci se ti dico che in realtà Ricciardi è nato dalla disperazione e per puro caso….Scrivere Ricciardi è un’emozione strana, almeno per me che come ti dicevo non ho altri romanzi nel cassetto. In effetti è come se lo caricassi a molla, come un giocattolo, e poi lo mettessi in un plastico che è il suo tempo, almeno come lo vedo io. Sono creativo solo nel caricarlo: ma tutti i movimenti che fa, le sensazioni che prova, le poche emozioni che manifesta, sono tutti suoi. Non ha di me nulla, Ricciardi. Anzi, io non ho nulla di lui. Il suo modo di guardare è indiretto, filtrato: è uno spettatore perenne di un dolore infinito, fisico, urlato nelle orecchie senza pause. E’ il portatore di una sofferenza frammentata e infinita, unica e comune. Non vuole perseguire la giustizia degli uomini, che è lontana da quella vera, ma solo dare pace a chi è stato strappato dalla vita. Se dovessi fare mia qualcosa di lui, direi la capacità di amare in silenzio, senza piangere e senza ridere. E di amare così tanto da desiderare il bene di chi si ama, e se il bene di chi si ama è la propria assenza la si deve regalare come un fiore estremo.”

INFO: AMBRA BISCUSO - 3395607242
ambrabiscuso@hotmail.com

L’Isola in collina - Tributo a Luigi Tenco

“L’Isola in collina - tributo a Luigi Tenco”
17a edizione

Ricaldone (AL)

17 - 18 - 19 luglio 2008

AL VIA L’ISOLA IN COLLINA 2008

Si apre giovedì prossimo, 17 luglio, la 17a edizione dell’”Isola in collina - Tributo a Luigi Tenco”, la rassegna di Ricaldone (AL), il paese del Monferrato dove Luigi Tenco è cresciuto e dove è sepolto. “L’Isola in collina”, realizzata dall’Associazione Culturale Luigi Tenco con il Comune e la Cantina Sociale di Ricaldone, si avvale del contributo di Regione Piemonte, Provincia di Alessandria e Fondazione CRT. La consulenza artistica è del giornalista Enrico Deregibus, che condurrà anche i vari appuntamenti.
A dare il via alla rassegna, che proseguirà sino a sabato 19, sarà una produzione del Festival dedicata alle vie del sale e che vedrà protagonista Max Manfredi, uno dei più considerati musicisti e autori italiani. La serata di venerdì 18 sarà invece incentrata sul rock italiano, con un nome di punta come gli Afterhours e, in apertura, Deimos e Rosa tatuata. Il 19 sarà la volta degli Avion Travel, preceduti dal giovane Ettore Giuradei e da L’Aura, mentre nel pomeriggio si terrà un incontro dedicato a Luigi Tenco e Paolo Conte con contributi musicali e video. Durante i tre giorni si potrà inoltre visitare il “Centro Luigi Tenco”, il primo museo - centro documentale italiano dedicato ad un artista della canzone.

L”Isola in collina” è uno dei massimi festival italiani di canzone d’autore. Negli anni sono saliti sul palco di Ricaldone artisti come Francesco De Gregori, Vinicio Capossela, Ivano Fossati, Gino Paoli, Gianna Nannini, Edoardo Bennato, Carmen Consoli, Enzo Jannacci, Enrico Ruggeri, Daniele Silvestri, PFM, Samuele Bersani, Tiromancino.

IL PROGRAMMA

17 LUGLIO

ore 18, Centro documentale Luigi Tenco - sala convegni
Inaugurazione mostra “Facce d’autore” di Rosa Di Brigida
Ingresso gratuito

ore 21, Piazzale della Cantina sociale

Max Manfredi in “Le vie del sale”

Una produzione dell’Associazione Luigi Tenco di Ricaldone. Spettacolo-concerto con canzoni di Max Manfredi e di Paolo Conte, Fabrizio De André, Luigi Tenco e con testi di Giampiero Orselli. Con la partecipazione di Antonio Marangolo e di Gianni Ansaldi, Claudio Roncone, la Staffa

Ingresso 5 euro

18 LUGLIO

ore 21, Piazzale della Cantina sociale

Deimos
Rosa tatuata
Afterhours

Ingresso 15 euro

19 LUGLIO

ore 18, Centro documentale Luigi Tenco - sala convegni
- Presentazione della FIOFA (Federazione italiana organizzatori festival d’autore). Con Enrica Corsi, Gaetano D’Aponte, Mauro Gagino, Anna Graziani, Francesco Paracchini.
- “Tenconte. Luigi Tenco e Paolo Conte, due piemontesi nella canzone d’autore”. Con Avion Travel, Enrico de Angelis, Rosa Di Brigida, Gioachino Lanotte. Presentazioni di “Danson metropoli - Canzoni di Paolo Conte”, cd degli Avion Travel e di “Il mio posto nel mondo. Luigi Tenco, cantautore. Ricordi, appunti, frammenti”, volume del Club Tenco a cura di Enrico de Angelis, Enrico Deregibus, Sergio Secondiano Sacchi (BUR). Proiezione del video-arte di Rosa Di Brigida: “La risata di Tenco”

Ingresso gratuito

Ore 21, Piazzale della Cantina sociale

Ettore Giuradei
L’Aura
Avion Travel

ingresso 15 euro

Il miracolo dell’espressione poetica

Tiziana Curti
Il miracolo dell’espressione poetica
intervista con Dalmazio Masini (il poeta, l’attore, l’autore di canzoni)

Il canto di questo poeta si alza limpido e puro sul panorama poetico moderno privo di vere novità, quest’uomo che ha fatto dell’esprimersi in versi e rime una ragione di vita, è una delle voci più nobili della Cultura Italiana. E’ nato a Firenze dove vive e opera. Tutte le sue poesie sono raccolte nel volume SETTIGNANO E DINTORNI stampato nel 1983 a cura dell’AccademiaVittorio Alfieri (la terza ristampa ampliata è del 2003) - Dal 1989 è presidente dell’Associazione Accademia Alfieri per la quale nel Gennaio dello stesso anno fondò e ancora dirige il periodico L’ALFIERE/Dolce StileEterno. Debuttò giovanissimo, come autore, nel mondo della canzone e a tutt’oggi sono quasi 500 i suoi brani editi tra i quali il più noto I GIORNI DELL’ARCOBALENO, nell’interpretazione di Nicola Di Bari nel 1972 vinse il Festival di Sanremo (altri premi prestigiosi; il Gatto d’argento di Sorrisi e Canzoni nel 1971 e il San Valentino d’oro nel 1999) - Nel 1983, a Firenze, fu tra i fondatori del gruppo teatrale I GIOVANI ATTEMPATI per il quale nei 15 anni di vita della compagnia fu attore e autore delle 5 commedie musicali messe in scena. Poi nel 1997 fu chiamato a far parte del prestigioso Gruppo Teatrale “Societas Raffaello Sanzio” come protagonista del loro GIULIOCESARE, opera di successo che fu portata nei maggiori teatri europei ed ebbe anche due tourne’ in America e due in Australia/Nuova Zelanda e rimase in scena sino alla primavera del 2003. Attualmente è tornato a vivere a tempo pieno la sua prima passione, la POESIA ed è fondatore del movimento IL DOLCE STILE ETERNO per una nuova poesia degli anni 2000 che recuperi tutte le più belle forme della poesia italiana di tutti i tempi. Autore di molti sonetti a lui si deve l’invenzione della forma RONDO’ ITALIANO (le quartine incatenate ). Sempre alla ricerca di innovazioni stilistiche ricordiamo anche il suo “sonetto speculare”.

Un uomo fuori del comune anche perché alla fine degli anni ‘90 un tumore alla laringe lo costringe ad un’operazione che lo priva per sempre delle corde vocali, ma la sua tenacia, il suo temperamento che non si arrende mai nemmeno difronte a questa beffa atroce del destino, lo aiutano a superare questo handicap e a ricostruirsi una “voce” particolare dal caratteristico timbro con la quale come detto nel curriculum reciterà con la compagnia “Societas Raffaello Sanzio” l’impegnativo ruolo di Antonio nel cast del “Giulio Cesare”.

Un poeta puro che non si è piegato ai facili clientelismi ,che non ha accettato facili alleanze per emergere, dalle idee chiare e impegnative . Nel corso di un recente incontro gli ho rivolto alcune domande per meglio conoscerlo incuriosita da questa sua vita particolare e lui gentilmente come sempre ha accettato di rispondermi:

Quando comincia il tuo amore per la letteratura?
Non saprei dire. Già a 4 anni imparavo a memoria le filastrocche dei libretti che mia madre mi leggeva. In seguito fui accanito lettore di giornalini e riviste per adolescenti. Partecipavo a concorsi e pubblicai qualche testo già all’epoca delle Scuole Medie.

Sei stato a contatto anche con il mondo della musica ce ne vuoi parlare? Hai anche fatto esperienze teatrali?
Nel 1959, quando avevo 20 anni vinsi un concorso indetto da un settimanale della Mondadori e uscì la mia prima canzone, “Uscita da un quadro di Modigliani”, che ebbe 3 o 4 versioni discografiche tra le quali quella di Achille Togliani che fu presente in parecchi programmi radiofonici e televisivi. Quell’anno mi iscrissi anche alla SIAE: pertanto considero proprio il 1959 l’inizio della mia carriera professionale come autore di canzoni che mi ha visto attivo sino a 5 o 6 anni fa. In questi più di 40 anni di attività ho pubblicato circa 450 canzoni tra le quali la più famosa, “I Giorni de